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Libro Cuore: come sarebbe la lettera del padre a Enrico oggi?

Il libro Cuore è un classico della letteratura per ragazzi: o meglio, lo era fino a qualche decennio fa. Ora i giovani non lo leggono più, a causa di un linguaggio troppo aulico e per le tematiche ormai distanti dal sentire comune. Noi pensiamo che il libro Cuore possa essere ancora attuale: basta vederlo sotto una luce diversa.

Per questo abbiamo immaginato e reinterpretato una delle pagine più crude ed emblematiche del romanzo, adattandola ai nostri tempi: la dura lettera di rimprovero del padre a Enrico, protagonista e voce narrante del libro.

Nel 1886, anno di pubblicazione del libro Cuore, ecco come il padre di Enrico si rivolgeva a suo figlio

In presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre! Che questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parola irriverente m’è entrata nel cuore come una punta d’acciaio. Io pensai a tua madre quando, anni sono, stette chinata tutta la notte sul tuo piccolo letto, a misurare il tuo respiro, piangendo sangue dall’angoscia e battendo i denti dal terrore, ché credeva di perderti, ed io temeva che smarrisse la ragione; e a quel pensiero ebbi un senso di ribrezzo per te.

Tu, offender tua madre! Tua madre che darebbe un anno di felicità per risparmiarti un’ora di dolore, che mendicherebbe per te, che si farebbe uccidere per salvarti la vita! Senti, Enrico. Fissati bene in mente questo pensiero. Immagina pure che nella vita ti siano destinati molti giorni terribili: il più terribile di tutti sarà il giorno in cui perderai tua madre. Mille volte, Enrico, quando sarai uomo, forte, provato a tutte le lotte, tu la invocherai, oppresso da un desiderio immenso di risentire un momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte per gettarviti singhiozzando, come un povero fanciullo senza protezione e senza conforto. Come ti ricorderai allora d’ogni amarezza che le avrai cagionato, e con che rimorsi le sconterai tutte, infelice! Non sperar serenità nella tua vita, se avrai contristato tua madre. Tu sarai pentito, le domanderai perdono, venererai la sua memoria; inutilmente; la coscienza non ti darà pace, quella immagine dolce e buona avrà sempre per te un’espressione di tristezza e di rimprovero che ti metterà l’anima alla tortura.

O Enrico, bada: questo è il più sacro degli affetti umani; disgraziato chi lo calpesta. L’assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e gentile nel cuore; il più glorioso degli uomini, che l’addolori e l’offenda, non è che una vile creatura. Che non t’esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede la vita. E se ancora una te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia l’impulso dell’anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del perdono cancelli dalla fronte il marchio dell’ingratitudine. Io t’amo, figlio mio; tu sei la speranza più cara della mia vita; ma vorrei piuttosto vederti morto che ingrato a tua madre. Va, e per un po’ di tempo non portarmi più la tua carezza: non te la potrei ricambiare col cuore.

TUO PADRE.

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Come sarebbe la lettera di un padre moderno a un figlio che ha mancato di rispetto a sua madre?

Oggigiorno, una lettera del genere di un padre a un figlio suonerebbe stonata e fuori luogo come un orso polare nel deserto: eppure, nell’Italia appena riunificata, in cui i bambini ancora lavoravano, le donne non avevano diritti civili e i padri spesso picchiavano i loro figli, era perfettamente plausibile. Sono passati tanti anni da quando queste dure parole sono state pensate e scritte dall’autore del libro Cuore: croce e delizia della generazione dei nostri nonni, che ancora si rivedeva in quei valori di un’Italia arretrata ma fiera e piena di speranza nel futuro, oggi è un libro che ai più giovani non dice nulla. I pochi che l’hanno letto lo ricordano quasi con terrore per le storie terribili che vi sono contenute: bambini usati come esche umane in guerra, razzismo e classismo, povertà inaudita, la retorica patriottica che oggi non si osa nominare.

Non suonerebbe solenne e minacciosa come questa, quasi crudele nel ricordare a un bambino che le sue colpe lo perseguiteranno. Noi pensiamo che, però, certi valori come il rispetto della famiglia, l’amore materno e l’affetto di un padre non siano poi cambiati tanto, nella sostanza.

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Ecco la nostra versione della lettera del padre a Enrico

Mio caro Enrico, non so cosa ti abbia preso prima: ti sei bevuto il cervello? Dire certe cose a tua madre! Ma dove le hai imparate, poi, certe parole? Di sicuro non in casa con noi. Noi ti abbiamo cresciuto con affetto e amore per diventare un ragazzino educato, rispettoso e gentile: non un buzzurro senza cuore che si permette di rispondere indietro alla sua mamma. Ricordi quando stavi male, da piccolo, e lei non lasciava un attimo il tuo letto, per misurarti la febbre e darti la Tachipirina? E anche se io le dicevo “Non è niente, è solo un po’ di febbre”, lei mi diceva di star zitto, perché una mamma sa cos’è meglio per suo figlio? Ma lo so anch’io, e una cosa te la dico: non pensare più di rivolgere certe parole a chi darebbe la vita per te. E non è un eufemismo, Enrico: appuntati questa parola. Vuol dire che tua madre si farebbe travolgere da un Frecciarossa senza esitare per salvarti, se tu un malaugurato giorno dovessi avere la brillante idea di attraversare le rotaie con le cuffie nelle orecchie. Guardati allo specchio e vergognati di aver detto una cosa del genere alla tua mamma.

Tu potrai diventare ciò che vorrai nella vita, Enrico, lo sai bene: sei un ragazzo intelligente e sveglio, e noi ti appoggeremo sempre, qualsiasi scelta farai. Ma non sarai mai veramente felice e realizzato, nella vita, se non avrai l’amore della tua mamma. E sta anche a te guadagnartelo, comportandoti bene. Detto fra noi, la mamma in effetti è un po’ “rincoglionita”: ma devi sempre pensare che lavora tanto, si occupa di te ed è preoccupata per il futuro, come lo sono anche io. Il suo comportamento è dovuto sempre a una preoccupazione nei nostri confronti: siamo una famiglia e dobbiamo proteggerci e aiutarci a vicenda. Non devi più usare quella parola con lei, o la prossima volta potrei non essere così comprensivo da scriverti una lettera: la prossima volta volano gli schiaffi, come dite voi ragazzi. Ora vai di là, abbracciala e chiedile scusa: e per farti perdonare, guarda insieme a lei quella serie su Netflix a cui tiene tanto, ma non ha il coraggio di chiederti se vuoi vederla con lei. Fai questo piccolo sforzo per farti perdonare.

E metti a posto la tua camera: è veramente un letamaio.

Con amore, ma con il sopracciglio alzato (tu sai che vuol dire), il tuo papà.

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